Traduction de "La mort en stop", par Stefania Fumagalli, (février 2002)
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Belgio, epoca contemporanea, giorno : un giovane automobilista imprudente fa salire sulla sua auto un strano vecchio macilento che nasconde una falce in un sacco. L' uomo ha molta fretta e si fa lasciare a poca distanza da un incrocio pericoloso, dove l' automobilista assiste a un incidente mortale. Vent' anni più tardi, l' automobilista fa salire lo stesso vecchio, che chiede di scendere prima del previsto. Una ragazza bellissima, vestita di bianco, prende il suo posto, e l' automobilista ne è subito attratto. Evita miracolosamente un incidente fatale, e la ragazza scompare. L' automobilista si rende conto che il vecchio sconosciuto è la morte, e la ragazza forse un' altra delle sue manifestazioni. Esistono storie veramente fantastiche e altre fantasticamente vere. Dov' è la differenza? vorrete sapere. Potremmo disquisire a lungo sulla faccenda, elaborare una codificazione oltremodo sottile che permetta di stabilire la verosimiglianza o il carattere fantasmagorico di questo o quel racconto, affinare il più possibile gli studi comparativi,… Ma, oltre al fatto che una simile operazione sarebbe alquanto noiosa, sarebbe almeno utile? La maggior parte delle storie si schierano da sole, con disarmante automatismo, in una delle due categorie. Un certo racconto sarà di pura invenzione e si presenterà sotto forma di romanzo, novella, barzelletta, … un altro avrà invece l' austerità di un editoriale, la stringatezza di una cronaca o l' implacabile rigore degli atti giudiziari. Certamente, furono innumerevoli i pennaioli che giostrarono con gli stili e gli effetti per contaminare i generi e, se non sorprendere, almeno far sorgere il dubbio nel lettore. Del resto, chi può dire quante realtà vere non siano state costrette a indossare gli orpelli dell' immaginario? E che dire di tutti i pazzi, seguaci di qualunque credo, che spigolano in una letteratura delirante gli elementi con cui plasmano la realtà del loro quotidiano? Non smetteremmo più di chiosare! È sufficiente sapere che, talvolta, tra la realtà e la fantasia la differenza non ha neppure lo spessore di un capello. Il massimo dell' indiscernibile è ottenuto quando il narratore stesso ignora dove stia la verità. Può abbellire, ricamare, far pendere l' opinione in un senso o nell' altro. Può scegliere anche di essere onesto, il più obiettivo possibile, e lasciare il tutto all' apprezzamento del lettore. Può manipolare quest' ultimo costruendo un' introduzione che lo stordisca prima di rivelargli l' essenziale della sua storia. Eccovi tutti avvertiti sulla realtà di quanto sto per raccontarvi! Avevo all' incirca diciannove anni quando avvenne il primo dei due fatti che qui legherò. Stavo compiendo un viaggio in auto tra le città di Marche - en - Famenne e Liegi. Ero solo a bordo del veicolo, una VW modello Golf di seconda mano con cui, neopatentato, mi facevo le ossa. Con la mia patente in tasca, era scontato che sapessi guidare, e lo dimostravo calcando sull' acceleratore più del dovuto. A quei tempi, la N63, una specie di superstrada che collegava le due città, era ancora stata resa più sicura da un guardrail centrale o da altri dispositivi speciali. Le doppie corsie si scorrimento nei due sensi si riducevano talvolta a tre o addirittura due carreggiate. C' erano incroci mal segnalati, attraversamenti di agglomerati, buche nell' asfalto, una segnaletica incerta,… Insomma, tutto l' occorrente per favorire la selezione naturale degli automobilisti e foraggiare la rubrica "cronaca" dei quotidiani locali. Non passava mese senza che si verificasse qualche scontro mortale su quel tratto. La maggior parte degli automobilisti che si servivano di quella strada lo sapevano, ma la spada di Damocle non impediva agli imprudenti di scatenarsi non appena un pezzetto di linea retta offriva l' illusione della sicurezza assoluta. Da allora, le cose sono considerevolmente migliorate, ma restano ciononostante alcuni "punti neri" per i quali i responsabili della sicurezza stradale non hanno ancora rimedi efficaci contro gli incorreggibili incoscienti. Non è questa la sede per discettare sull' incoscienza di certi automobilisti. L' analisi dell' homo sapiens al volante lasciamola fare a qualcuno che non tema di dover riclassificare la nostra stirpe - più homo erectus che sapiens, per intenderci! Insomma, non so che cosa mi rodesse allora, ma come tanti giovani scimuniti, ero un guidatore da strapazzo ma fortunato, uno che si credeva già un vecchio mangiastrada, un asso del volante sempre pronto a sfoggiare capacità immaginarie. Guidavo dunque a tutta birra su quel tratto del diavolo. Dovevano essere all' incirca le undici del mattino. Giunto alla località Baillonville, poco dopo aver lasciato il territorio di Marche, distinsi in lontananza la sagoma di un autostoppista. A quel tempo, facevo regolarmente salire quei farfalloni dell' autostrada. Non avevo ancora dimenticato che io stesso, prima di possedere un automezzo, avevo a lungo alzato il pollice sul ciglio delle strade. Ovviamente, mi fermava più volentieri per caricare una graziosa figuretta femminile, per la quale avrei anche allungato il percorso fino a svuotare il serbatoio se si fosse presentata la prospettiva di concludere in bellezza l' incontro occasionale. Purtroppo, non ho mai conosciuti questo lieto fine, e ho sempre impeccabilmente portato alla meta le mie affascinanti prede della strada. Il pollice alzato di Baillonville non aveva nulla di femminile né di affascinante! Ciononostante, mi ero fermato proprio alla sua altezza in un lugubre stridìo di gomme. Attraverso il finestrino della portiera destra, potevo vedere il segmento centrale di una figura maschile molto alta e molto magra. Portava una palandrana scura molto consunta che lo copriva fino alle ginocchia. I calzoni di tela e la camicia, visibilmente nello stesso stato, sembravano venire da un altro secolo. Fui costretto a chinarmi per scorgere il suo viso perché l' uomo non si degnava di piegare la schiena. Il vecchio avrà problemi di lombaggine, pensai senza badarci troppo. Allungai il braccio per abbassare il finestrino. Nello stesso tempo, osservavo il viso dello sconosciuto. Non so a che cosa si possa paragonare una pelle grigia, se non alla morte stessa. Anche i capelli lasciati intonsi da un' eternità erano grigi, ma del grigio sporco della polvere della strada. Lo guance e la fronte erano solcate da rughe verticali simili a rigagnoli di lacrime e sudore prosciugati da secoli di peregrinazioni. Un naso grifagno cadeva a picco su una bocca sottile dalle labbra strette come una lama di coltello ripiegata. Soltanto gli occhi sembravano vivi. Le pupille nere erano impregnate di un fuoco interno che sprizzava barbagli di miseria o di fine del mondo. Mi pentii subito di essermi fermato per raccogliere un simile spauracchio, ma era troppo tardi. Non avevo però intenzione di sfrecciare via lasciando sulla corsia d' emergenza quello che probabilmente era soltanto un vecchio bracciante diretto alla fattoria che lo avrebbe ospitato per la stagione della mietitura. Dalla spalla gli pendeva una pesante sacca in cui s' intravedevano alcuni attrezzi con il manico. Il suo bagaglio era tutto lì. - Vado da quella parte, proferì con una
voce cupa come tutta la sua persona e indicando con lo stesso pollice la
direzione di Liegi. Si sistemò facendo scricchiolare le giunture sul sedile accanto, quello che viene ironicamente chiamato il posto del morto. Depositò la sacca tra le gambe e incrociò le mani sulle ginocchia. Notai che erano lunghe e nodose come viti selvatiche. Era davvero altissimo, sfiorava i due metri, e magro come la Quaresima. Non spinse indietro il sedile per sistemarsi più comodamente e non gli proposi di farlo, benché, così seduto, mi facesse pensare a un enorme ragno rannicchiato accanto a me. Un ragno dei campi, mi dissi, un enorme bestiaccia di dimensioni umane. Passai in prima e rilanciai la Golf sull' asfalto. Non avevo nessuna voglia di conversare con un invitato che non apparteneva chiaramente alla razza dei chiacchieroni. Passarono diverse centinaia di metri nel rombo del motore, che accettava i miei ordini uno dopo l' altro. Quando fui in quinta, limitai la velocità un onesto centoventi. Non volevo spaventare il vecchione facendo ronzare le lancette del contachilometri con zone e colori vietati dai manuali di guida sicura. Mi aspettavo un percorso monotono fino al momento in cui avrebbe annunciato con quella voce d' oltretomba il suo desiderio di scendere. Fui dunque sorpreso di sentirlo attaccare discorso. - Sono in ritardo! cominciò. Accelerare ? Non me lo feci ripetere due volte! Gliela avrei fatta vedere al connetto, gli avrei fatto rimpiangere i tempi della Ford T ! Mi stupiva! Non solo non provava alcun timore, ma assaporava visibilmente l' accelerazione. Aveva dovuto gridare abbastanza forte tanto il ruggito del motore riempiva l' abitacolo malamente insonorizzato della mia macchinetta. Tenevo saldamente il volante con le due mani, lo sguardo posato il più lontano possibile sulla strada. Avevo ancora un po' di benzina in serbatoio, ma dovevo conservarla per il sorpasso di un camion bestiame che distinguevo a cinquecento metri. Si stava avvicinando a una velocità fenomenale proprio mentre un altro camion stava arrivando nel senso opposto, proprio in un tratto di strada a due sole corsie. Puntai sul fatto che avevo il tempo di eseguire il sorpasso andando al massimo nel momento dello sganciamento. Feci appena in tempo, ma superai l' ostacolo senza impaccio, ricevendo soltanto un furioso colpo di clacson dal camionista, seguito da un richiamo con i fari del camion bestiame che mi giunse dallo specchietto retrovisore. Davanti a noi la strada era stavolta completamente sgombra e tenni i piede sull' acceleratore. La lancetta del tachimetro raggiunse i duecento. Era il suo massimo. Tutta la struttura vibrava atrocemente e avevo bisogno di tutti i miei muscoli per tenere la rotta - Più in fretta! Ancora più in fretta!
Riattaccò il mio passeggero. Perché quel bracciante senza età aveva tanta fretta? Che razza di appuntamento urgente aveva? Che mietitura così importante da esigere che corressi a quella velocità pazzesca? Non ebbi il tempo di pormi simili domande, impegnato com' ero a tenere in pista il mio bolide. Vidi sfrecciare i cartelli per i paesi di Méan, Bois - et - Borsu e Terwagne. Rallentavo quel tanto che bastava per superare qualche curva troppo stretta. La lancetta tremolante del tachimetro aveva persino sfiorato i duecentoquindici in un tratto leggermente scosceso. A quella velocità diabolica, sarei stato a Liegi in meno di dieci minuti. Ma sapevo che oltre Soheit - Tinlot il traffico sarebbe stato più congestionato e avrei dovuto per forza ridurre la velocità. Del resto era già così. In lontananza si stagliava il troppo tristemente famoso "incrocio di Nandrin". Gli incidenti mortali si annoveravano già a decine in quel punto, Io lo sapevo, come tutti quelli che abitano la regione o che hanno avuto un giorno lo sgradevole compito di estrarre dei cadaveri da un groviglio di rottami. All' approssimarsi del luogo fatale, ero diviso tra la tentazione di ridurre notevolmente la velocità e quella di correre un rischio supplementare sfrecciando via. Sono convinto che avrei scelto la seconda possibilità se la mano del mio passeggero non si fosse posata sul mio avambraccio. - Sono arrivato, disse, e grazie a lei non sono più in ritardo. Allentai immediatamente la pressione sull' acceleratore per trasferirla sul freno e la velocità tornò a poco a poco su livelli consentiti dal codice stradale. - Mi lasci prima dell' incrocio, precisò di nuovo. Obbedii accostando alla corsia di emergenza con lo stesso stridore di freni della prima volta. Le mie orecchie ronzavano per la velocità e le vibrazioni assordanti della macchina. Lo sosta mi diede l' impressione di lasciare l' inferno e di emergere in un regno del silenzio. Il occasionale compagno di viaggio non sembrava da parte sua per nulla infastidito dal nostro lieve eccesso di velocità. Scese dall' auto facendo di nuovo scricchiolare tutte le ossa e si raddrizzò con tutta la sua altezza. Accennò un breve saluto e richiuse la portiera. Ebbi appena il tempo di rispondere al saluto quando una deflagrazione di un violenza estrema azzerò tutti i miei sensi per diversi secondi. Quando alla fine osai girare il capo verso il centro dell' incrocio, una specie di vapore azzurro avvolgeva un coacervo di ferraglia. Fu necessario un tempo atrocemente lungo perché mi rendessi conto che lì dentro c' erano due veicoli aggrovigliati, contorti nella morte, fusi nello spasimo di metallo e carne umana. Una visione apocalittica! Mi rimbombava ancora nelle orecchie l' orrenda esplosione prodotta dal fulmineo sfregamento delle lamiere. Lo scontro era avvenuto proprio nel punto per cui avrei dovuto passare se non mi fossi fermato. Un altro veicolo proveniente alle mie spalle, forse alla mia stessa velocità, aveva sbattuto contro il fianco di un furgone che stava attraversando l' incrocio. La violenza dell' urto era stata tremenda. Il furgone e l' auto ariete avevano fatto un balzo di oltre venti metri, esplodendo in una miriade di frammenti metallici e schegge di vetro. Non avevo mai assistito a un incidente così brutale da così vicino. Al cinema, il frastuono delle lamiere accartocciate e il metallo che raschia l' asfalto erano piacevoli. Qui, avrei preferito trovarmi altrove. Rabbrividivo tanto più che la mia coscienza si ostinava, con sottigliezza rara, a scolpire nella mia povera testa la sensazione che, per una frazione di secondo, avrei potuto ritrovarmi nel cuore di quell' inferno. Come in un film, vidi il mio autostoppista attraversare l' incrocio a lunghe falcate diretto verso il mucchio di lamiere fumanti. Anche altri testimoni si dirigevano verso quel che restava dei due veicoli. Il mio ex passeggero, tuttavia, arrivò per primo sul posto. Si chinò per guardare all' interno del groviglio metallico e mi sembrò che estraesse un oggetto dalla sua borsa. Non so di che cosa si trattasse. La vista mi si appannò e i ricordi sono diventati troppo confusi. Lo vidi ancora passare dall' altra parte dei veicoli, poi più nulla. Scesi a mia volta e corsi verso il luogo del dramma, senza sapere che cosa fare se non contemplare a distanza ravvicinata un disastro materiale e umano. Fortunatamente, altre persone più assennate di me facevano già il necessario per recare i primi soccorsi ai due conducenti. Sentii una voce dichiarare che non c' era più nulla da fare, che il conducente dell' auto era morto sul colpo, e la sorte della guidatrice del furgone non era stata migliore. Tornai alla mia auto, sul punto di vomitare, incapace di digerire la vista, fugace ma orribile, di un essere umano infilzato sullo sterzo, e di un altro praticamente diviso in due da una lamiera affilata come una falce. Il mio autostoppista era scomparso. L' ambulanza e la polizia arrivarono in fretta. Come altri, feci una deposizione su ciò che sapevo dell' incidente. Specificai tuttavia che il primo e più prezioso testimone doveva essere il misterioso autostoppista che avevo appena fatto scendere e che si era avvicinato ai veicoli coinvolti nell' incidente. Ma gli agenti non ritrovarono quel testimone e, cosa curiosa, nonostante la descrizione particolareggiata che ne feci, nessuno dei presenti ricordò di avere notato un individuo simile sul luogo dello scontro. Così si concluse il primo dei due eventi che considero oggi straordinari, ma che forse sono soltanto banali coincidenze. Come ho già detto, tutto questo avveniva quando avevo meno di vent' anni. Oggi mi avvicino ai quaranta e le immagini di quell' incidente sono sempre vivide nel mio ricordo. In compenso, confesso che non avrei mai ricordato i particolari relativi all' apparizione, all' atteggiamento e alla misteriosa scomparsa del mio autostoppista, se non avessi recentemente vissuto un' avventura quantomeno inquietante. Qualche settimana fa, guidavo placidamente la mia Volvo C70 T5 cabriolet. Proprio così, placidamente! Certo, mi capita ancora di spingermi un tantino oltre i limiti di velocità imposti dalla legge, ma allora scelgo il luogo e il momento, le strade giuste e traffico scarso. Questo "sgranchimento" occasionale della macchina è in sé necessario a conservare intatte le potenzialità del motore, che possono rivelarsi preziose in alcune circostanze. Devo aggiungere che la vista del tremendo incidente che ho descritto contribuì a trasformarmi in un guidatore posato e maturo. Infine (i soldi serviranno pure a qualcosa!), mi servo ora di auto più sicure di quando ero un giovane spiantato. Possedevo quel cabriolet da pochi mesi e non avevo ancora finito di assaporare il piacere di guidarla.Le prestazioni erano efficienti, la potenza del motore fenomenale, le sensazioni formidabili, la tenuta su strada perfetta, e la comodità più che ottima. Un cielo azzurro e limpidissimo, ornato unicamente da una perla dorata e calda, incitava qualunque guidatore di cabriolet a sollevare il tettuccio per godere al massimo il piacere e il senso di libertà. L' interno dell' abitacolo era dunque inondato di sole ma lo spostamento d' aria produceva un' aria condizionata assolutamente deliziosa. Ero solo e fantasticavo, con gli occhiali da sole sul naso. Mi recavo a Libramont (città insulsa in cui la mia ex moglie si era rifatta una vita con un tizio altrettanto insulso, ma questa è un' altra faccenda), per andare a prendere la mia dolce Eléona, la mia figlia di dodici anni, che avrebbe trascorso due settimane di vacanza con me. Già pregustavo le giornate meravigliose che aspettavo da tanto tempo. Date le distanze e i nostri diversi obblighi, avevo ottenuto il suo affidamento per uno o due fine settimana al mese, fine settimana che passavano tanto in fretta che non riuscivamo mai a fare la decima parte di ciò che avremmo voluto. Quei quindici giorni sarebbero stati diversi. Avrei finalmente potuto regalarle ciò che aspettava con maggiore impazienza: visitare Bruxelles, Parigi o Lontra, con qualche tappa speciale nei negozi di vestiti più deliranti! Avrei sofferto, ma ero pronto a qualunque sacrificio. La mia piccola Eléona non se le sarebbe scordate tanto in fretta, quelle vacanze! Ero perso in quella piacevole fantasticheria mentre mi avvicinavo al villaggio di Halma - Neupont. Infatti, proveniente da Bruxelles, avevo snobbato l' autostrada E411, troppo monotona e troppo trafficata per i miei gusti, all' altezza di Achêne. Avevo preferito le strade secondarie, di gran lunga più bucoliche, per godermi meglio il viaggio. Conoscevo bene le strade che convergono verso Redu, "il villaggio del libro, luogo in cui vado tre o quattro volte all' anno. Nel fermarmi all' incrocio di Halma, notai la presenza di un autostoppista sul ciglio del raccordo a cui ero diretto. Era da un pezzo che non ne facevo più salire, a meno che non si trattasse di persone visibilmente nei guai nonché provviste di un aspetto raccomandabile. Inutile, mi dicevo, spianare la strada ai rapinatori! Di tanto in tanto, mi capitava di dare una mano a qualche ragazzo che aveva perso l' autobus all' uscita dalla scuola. Quello che osservavo dall' altra parte della strada non rispondeva minimamente a nessuno dei criteri che avrebbero, in tempi normali, carpito la mia benevolenza. Dico in tempi normali, perché non riesco a spiegarmi diversamente il fatto che non esitai neppure un attimo a fermarmi per offrire un passaggio a quello strano individuo. L' uomo sembrava molto vecchio ma non privo di energia. Altissimo e magrissimo, se ne stava dritto come un fuso, con una sacca sulla spalla e il pollice teso nella direzione verso cui ero diretto. Quella figura troppo rigida faceva inevitabilmente pensare a uno spaventapasseri. Neppure l' abbigliamento deponeva in suo favore: indumenti passati di moda da un pezzo, lisi e consunti dagli anni, probabilmente mai spazzolati né stirati. Quanto al viso, grigio come la cenere, in cui baluginavano, a ogni sbatter di ciglia, due braci di antracite dai riflessi inquietanti, non era granché più invitante. Per giunta, quel tizio mi avrebbe probabilmente sporcato i sedili, eppure mi fermai senza riflettere. Quale strano intento si sovrappose alla mia ragione, alla mia prudenza più elementare? Non sarei in grado di dirlo. Tutto mi sembrava perfettamente logico, compreso il fatto di offrire un passaggio a quell' individuo, mentre appena un' ora prima una simile prospettiva, se ci avessi riflettuto, mi avrebbe fatto ridere e accellerare1 qualcosa non funzionava dentro di me, come se una volontà estranea avesse preso il comando senza per questo creare conflitti con il mio raziocinio. - Salga, è la mia strada, mi sentii pronunciare. Lo spilungone aprì la portiera e si sistemò facendo scricchiolare le giunture sul sedile del passeggero, il posto del … Un' immagine inquietante mi balenò nel cervello, ma troppo in fretta perché ne cogliessi l' esatto significato. Uno spiffero d' aria fresca mi passò tra le gambe risalendomi fino alla nuca. Eppure il tempo era splendido e il sole scaldava direttamente l' interno dell' abitacolo. Neppure una nuvola gli faceva da schermo e l' aria condizionata non funzionava con il tettuccio alzato. Il mio invitato non aveva ancora proferito una parola, limitandosi ad assentire indicando la direzione da prendere. Avrei scommesso che la sensazione di gelo mi venisse proprio dalla sua presenza. Ci sono davvero delle persone che, semplicemente avvicinandosi, sprigionano una specie di aura profumata, calda, allettante o respingente. Quel vecchio, in senso proprio come figurato, mi faceva venire la pelle d' oca! - Probabilmente un nonnetto del paese troppo stanco per camminare fino alla sua stamberga, mi dissi. Era davvero altissimo e, anche rannicchiato sul sedile, la sua testa restava al livello superiore del parabrezza e le sue ginocchia sfioravano il cruscotto. Avrei potuto proporgli di spingere indietro il sedile, regolato sulla statura di mia figlia, ma non feci nulla. Così disposto, con il suo fagotto tra le gambe, mi faceva pensare a un enorme ragno rannicchiato al centro di una tela invisibile. L' immagine non era del tutto innocente poiché mi sembrava di avvertire un lieve strattone passare attraverso un filo di seta teso tra le mie viscere e l' essere seduto accanto a me. Aspettavo che allacciasse la cintura prima di ripartire, ma chiaramente non ci pensava neppure. Un segnale sonoro e luminoso intermittente indicava la dimenticanza. Dal momento che ce ne stavamo entrambi muti come pesci, quella presenza baluginante assumeva a poco a poco una dimensione ossessiva. Glielo feci allora notare e quello, voltandosi verso di me, accennò un sorriso che accrebbe il mio disagio. La bocca gli si era dischiusa su una dentatura da animale feroce, di un candore insolito in una persona di quell' età. Eppure era fuor di dubbio che quei denti erano i suoi, e non una magnifica dentiera. - Io non rischio nulla, si lasciò sfuggire in quello stesso sorriso. E poi con lei vado soltanto fino alla barriera di Transinne. La località corrispondeva un incrocio conosciuto, a una decina di chilometri da lì. Come poteva sapere che sarei passato "per forza" da quella parte? Avrei potuto tagliare verso il villaggio di Redu e gli sarebbero rimasti ancora due o tre chilometri per giungere alla meta! Feci spallucce e ripartii tranquillamente in direzione di transenne.Soltanto nel momento in cui l' auto cominciò ad accelerare nella discesa di Halma riaffiorarono alcuni ricordi ormai remoti. Conoscevo quell' uomo! Gli avevo già offerto un passaggio, una volta, ma … era impossibile! Dovevano essere passati quasi vent' anni! Era rimasto lo stesso, non aveva perso un capello e non si era rattrappito di un centimetro! A meno che, era senz' altro così, dall' alto della mia gioventù non avessi esagerato la sua età. Oppure confondevo ricordi e realtà? Oppure il caso mi aveva fatto offrire un passaggio, tanti anni prima, al fratello maggiore di costui? Non sapevo più che cosa pensare. Continuando a guidare, lo osservavo con la coda dell' occhio. Lui si limitava a guardare il paesaggio in lontananza davanti a noi. Aveva le mani, mani lunghe e nodose come vite selvatica, incrociate sulle ginocchia, sopra la sua bisaccia. Era lui! Non poteva essere che lui! Quel naso grifagno, quella magrezza, quella statura, quell' aria da spaventapasseri. Quel colorito cadaverico…. Anche le sue rughe mi riaffioravano alla memoria. Quanto agli occhi, era impossibile che la natura fosse riuscita a riprodurre due volte lo stesso sguardo. C' era stato quello spaventoso incidente… E lui, il primo testimone, era svanito come per incanto. Un nuovo brivido mi percorse la schiena nell' evocare mentalmente quel ricordo. Credevo poco alle coincidenze alle coincidenze o alle leggi delle serie, ma la prospettiva di assistere a un altro incidente mortale, o peggio ancora di esserne la vittima, mi balenò nella mente. Raddoppiai la prudenza prendendo con i guanti le curve della strada e avanzando con curiale lentezza. L' altro non diceva nulla, e io ero quasi stupito che non mi chiedesse di accelerare come l' altra volta. - Mi sembra di conoscerla, dichiarai alla
fine dopo uno o due chilometri di strada silenziosa. Non finii la frase perché nel voltarmi per osservare il viso del mio passeggero mi trovai di fronte i suoi occhi, lucenti come stelle nere. Qualcosa di indicibile stava avvenendo nel suo animo. Lo stesso ricordo riemergeva nella sua memoria, ne ero certo. Alla fine, tentennò il capo e sulla sua faccia apparve un breve sorriso, che me lo rese un po' meno odioso. - Così era lei, dichiarò. Ora ricordo… Ero davvero in ritardo, e non mi succede mai! Lei mi ha permesso di arrivare in tempo… Dovetti guardare davanti a me per affrontare una serie di curve strette. Ci trovavamo ora su una lunga salita, in mezzo a un bosco, proprio prima di raggiungere il raccordo con una strada secondaria che portava a Redu. Non risposi alla sua osservazione, concentrandomi sulla guida. Ero orgoglioso dell' esattezza dei miei ricordi, e non mi venne neppure in mente di chiedergli perché se la fosse svignata alla chetichella dopo l' incidente. Dopotutto, erano affari suoi. Forse non se l' era sentita di testimoniare davanti agli agenti e di dichiarare la proprio identità. - A quanto pare, le devo essere grato,
aggiunse. Ero giunto in cima alla salita. La strada ora rettilinea era sgombra e stavo accelerando insensibilmente. - Mi lasci alla prima strada che va a Redu,
mi disse allora, ho cambiato idea sulla mia meta. Mi fermai nel punto richiesto dal mio passeggero, che uscì dalla Volvo allungandosi come un enorme ragno. Richiuse la portiera e mi ringraziò di nuovo. - Forse al nostro terzo incontro, mi gridò prima di allontanarsi con il suo passo da insetto, direttamente attraverso i campi. Lo salutai con un breve cenno della mano, pur ripromettendomi mentalmente che, se avessi avuto la disgrazia di ritrovarlo sulla mia strada, lo avrei investito piuttosto che offrirgli un passaggio! La sgradevole sensazione di freddo stava svanendo via via che quello si allontanava. Se era necessaria una prova dell' influsso negativo esercitato da quell' essere, lo avevo nella mia carne, che ora si godeva di nuovo il tepore sprigionato dal sole di luglio. Eppure, riflettendoci, non mi aveva fatto nulla! La prima volta, mi aveva fatto fermare in tempo e probabilmente evitato un incidente. E stavolta, non mi aveva chiesto di accelerare, e alla fine mi aveva ringraziato con la massima cordialità e mi aveva lasciato prima del previsto. Nonostante tutto, non riuscivo a impedirmi dal giudicarlo sulla sua faccia, e mi faceva sempre l' effetto di un uccello del malaugurio. Stavo per ripartire quando vidi, a pochi metri sul ciglio della strada, una ragazza incantevole, con il pollice alzato in direzione di Transinne. - Toh, da dove viene quell' autostoppista? Non l' avevo notata subito, nonostante il bianco abbagliante del vestito leggero. Probabilmente era sbucata da dietro uno dei grossi alberi che costeggiavano la strada. Le feci un cenno amichevole per invitarla ad avvicinarsi. - Posso salire?, mi chiese quando fu all'
altezza della portiera destra. Decisamente, questo luogo attira gli autostoppisti, pensai. L' invitai a prendere posto. Si sedette, richiuse la portiera e allacciò la cintura. Doveva avere tra i venti e i venticinque anni. Il vestito di un bianco immacolato spiccava sulla sua pelle ramata, dandole un' aura estiva irresistibile. Il petto era turgido di vita e avrebbe fatto sbarrare gli occhi a un cieco. Mi resi conto di quanto fossi ipnotizzato da quel corpo fatto curve troppo preziose magicamente amalgamate al punto che fui costretto a fare uno sforzo per liberarmi da quelle sconcezze e concentrarmi sul suo viso. E lì non poso spiegarmi come il mio cuore abbia resistito. Ero innamorato. Sul colpo. Senza transizioni e da sempre. È impossibile descrivere quella purezza irreale, e soprattutto quella bontà frizzante di malizia e intelligenza. Aveva i capelli lunghi e neri, inanellati o mossi intorno a un viso dall' ovale perfetto. Tutto in lei era perfetto. Rimasi sconvolto affondando il mio sguardo nel suo. Era in tutto e per tutto identico a quello del vecchio che avevo appena lasciato, ma fortunatamente nel suo non si coglieva alcun riflesso inquietante, sembrava anzi il concentrato di tutta l' amabilità del mondo. - Bisogna ripartire, dichiarò con un sorriso malizioso. Mi sentivo un cretino! Quella donna era di una bellezza tale che tutti i maschi del creato dovevano avere la stessa aria cretina non appena posavano gli occhi su di lei. Doveva avere più spasimanti, cotti come e più di me, di quanti chilometri io avessi totalizzato con tutte le mie auto. Per lei, era lampante che io ero soltanto un vecchio scimunito tra tanti altri, ma ebbe la delicatezza di non farmelo avvertire neppure per un attimo. Ripartii calcolando, come un ragazzino, che avevo due chilometri per sedurla e portarla in capo al mondo! Eppure, sapevo bene mentre riavviavo il motore di non avere alcuna speranza: non avrei tentato nulla, tranne di sciorinare qualche banalità sul tempo o sul paesaggio. A dire il vero, non ebbi neppure il coraggio di formularle, queste banalità, perché le parole restavano ostinatamente abbarbicate in un angolo esitante del mio cervello, in attesa probabilmente che la mia gola si liberasse da una strana paralisi. Mi sentivo timido come a quindici anni! La sensazione era resa più sgradevole dal sentire lo sguardo della mia passeggera puntato sul mio profilo. Lo sentivo come una carezza, come l' alito tiepido di un bacio, e reprimevo a stento i balzi della mia fantasia farneticante. Ero tanto più intimidito che avevo la quasi certezza che quello sguardo leggesse in me come in un libro aperto, che i miei desideri più reconditi gli fossero svelati e se ne nutrisse senza ritegno. Eravamo quasi arrivati al capolinea delle mie speranze e io non avevo ancora aperto bocca. Guidavo quasi come se fossi fuori di me, grazie a una combinazione di gesti automatici e inconsci. Avevo l' impressione di aderire allo spazio e al tempo con precisione estrema, come se la vita stessa fosse un binario che ci trattenesse senza concederci sbandamenti. Sentii alla fine una mano, calda e morbida come pane appena sfornato, posarsi sul mio avambraccio. Voltai il capo. Mi stava guardando, benevola ma decisa. - Ora rallenti, deve ammirare questo cielo… Già avevo smesso di correre, ma obbedii. Potevo fare diversamente? Guardai il cielo. Era come un lembo di oceano sconfinato che divideva la foresta sopra la strada. Era bello. Tutto era bello da un minuto, da quando quella creatura di sogno si era seduta accanto a me. Stava per finire e volevo godere al massimo quella serenità. - Lei è fortunato, mi disse di nuovo. Alludeva al lusso dell' auto? Al fatto di avere lasciato l' altro autostoppista prima della meta iniziale e di avere incontrato lei? O ad altro ancora? Non sapevo che cosa dovessi capire e ancora meno rispondere. Avrei voluto parlare, dire qualche ovvietà in mancanza di parole più acute per piacerle. Ma potevo offrirle soltanto quel silenzio o un' eco. L' incrocio detto della "barriera di Transinne" era in vista, cento metri davanti a noi. Avevo la precedenza e contavo di superare l' incrocio e di fermarmi alla piazzola di sosta situato proprio sul lato opposto. Lì c' era un bar - ristorante e intravedevo la possibilità di invitare la mia passeggera a bere qualcosa in mia compagnia. Ma non ebbi il tempo di dare gli ultimi ritocchi al mio piano poiché lei stessa mi chiese di fermare immediatamente l' auto sulla corsia d' emergenza, subito prima dell' incrocio. Accondiscesi immediatamente, come un robot programmato alla perfezione. Trascorse un secondo. Lei mi sorrideva. Probabilmente si preparava a ringraziarmi, poi a scendere e a scomparire per sempre dalla mia esistenza. Che potevo dire per trattenerla? Non mi veniva in mente nulla! Mi sentivo smarrito come uno scolaretto somaro davanti a un foglio bianco, e la situazione era tanto più straziante quanto più avevo la chiara impressione che la mia impotenza non sfuggire alla mia passeggera. Fui salvato da un frastuono assordante, che distolse la mia attenzione e mi impedì di pronunciare parole che sarebbero state un' imperdonabile sciocchezza. Un interminabile stridore di gomme inchiodate sull' asfalto giungeva dalla corsia di sinistra. D' istinto, girai il capo da quella parte e vidi orripilato un camion cisterna arrivare dalla strada di Tellin, con le ruote bloccate, e scivolare senza speranza di fermarsi in tempo all' incrocio. Il camion impazzito attraversò la strada lasciando due doppie scie di gomma nera, sbandò ancora a sinistra e rimase finalmente immobile sulla piazzola di sosta. Era passato a pochi metri dal tetto della mia auto, e non oso immaginare che cosa sarebbe successo se non mi fossi fermato prima dell' incrocio. Per una fortuna straordinaria, non aveva toccato nulla, né pedoni, né auto in sosta, né ostacoli, e nessun altro veicolo passava sulla strada principale in quel momento. Spinto da una specie di istinto, uscii dalla mia auto e corsi davanti al camion. Il conducente era ancora aggrappato al volante, come paralizzato. Lo feci scendere con cautela ma le gambe rifiutavano di sorreggerlo. Farfugliava non so che scusa, parlava di distrazione e di freni che non avevano funzionato. Ma io me ne intendevo abbastanza per sapere che correva troppo e che i migliori freni del mondo non sarebbero serviti a bloccare il suo bestione prima del segnale stop. Dovette sedersi per terra per riprendersi. Già qualche sfaccendato si faceva avanti per confortarlo. Allora tornai alla mia macchina. La bella non c' era più! Non la ritrovai neppure interrogando gli altri testimoni. Guardai dovunque intorno a me ma non vidi nessuna figuretta così aggraziata, così incantevole, con un vestito leggero e immacolato. Entrai nel bar - ristorante dove non restava quasi nessuno. Mi guardarono con incredulità. Nessuno, no, nessuno aveva notato quella ragazza. Chissà perché, ero stupito io stesso! Ripresi la strada per Libramont, dove la mia dolce Eléona mi aspettava con impazienza. Era straordinariamente carina nel suo abito estivo, e senza sforzo riversai su di lei l' ondata d' amore che mi aveva sommerso poco prima. Non le raccontai l' incidente del camion che per un pelo non mi aveva sfrittellato, ma le disse che avevo offerto un passaggio a una deliziosa signorina scomparsa come d' incanto. Credette che avessi inventato quella storia per farla ridere, come fece di gusto, poi parlammo delle due settimane di vacanza che ci aspettavano. Tornammo a casa senza imbatterci nel minimo contrattempo. Ecco! Direte magari che non vissuto niente di straordinario? Tutto si può spiegare con il caso e le coincidenze. Un vecchio che fa l' autostop, non è poi così strano, anche se mi chiede di guidare come un pazzo, anche un incidente mortale avviene proprio nel momento in cui mi chiede di farlo scendere. La sua scomparsa e il fatto che altri testimoni non ricordino la sua presenza si può spiegare con l' effervescenza che regna in momenti simili. Caso! Che io ritrovi lo stesso personaggio, che non sembri invecchiato vent' anni dopo, neppure questo è tanto strano e si può spiegare con un' alterazione dei miei ricordi sul suo vero aspetto fisico. Caso e coincidenze! Che mi ringrazi a posteriori quando gli ricordo l' incidente e che cambi idea sulla propria meta, neppure questo ha nulla di veramente anormale. Il fatto che io venga ammaliato da un' incantevole autostoppista sbucata dal nulla subito dopo aver fatto scendere quell' uccellaccio è un pochino strano ma certamente non inspiegabile. Che la ragazza, con la sua intenzione di fermarsi prima dell' incrocio, mi abbia salvato la vita, ecco un' altra fortunata coincidenza. La scomparsa, non meno strana di quella del mio autostoppista, può essere dovuta al fatto che un automobilista di passaggio l' abbia caricata senza che nessuno se ne accorgesse. Tutto questo possono crederlo quelli che non sopportano l' idea che il fantastico possa irrompere nelle nostre vite in forme che non siano quelle di un romanzo o di un film. Io sono di un altro parere. Io sono convinto che un giorno, quando avevo appena vent' anni, ho offerto un passaggio alla morte! Il raccoglitore d' anime, la grande falciatrice, il mietitoredelle tenebre, il carrettiere della morte! Aveva appuntamento con due povere anime ed era in ritardo. Perché quel ritardo? Perché quel bisogno di fare l' autostop? Forse il suo ronzino l' aveva mollata lungo la strada, dopo tanti secoli trascorsi a trascinare il suo pesante fardello nella densità stessa del tempo? Comunque sia, senza esserne consapevole, le avevo consentito di arrivare in tempo per compiere la sua opera e cogliere sul filo anime ormai mature. Poi passarono gli anni. Vissi la mia vita. Senza saperlo, giunsi alla mia scadenza estrema. L' ora del mio trapasso doveva essere scritta in quella fulgida giornata di luglio, poiché così aveva deciso l' Inconoscibile per impenetrabili ragioni. Incontrai per la seconda volta la morte sulla mia strada. Ironia della sorte, le diedi un passaggio, come la prima volta! Ma stavolta era venuta per me e io potevo sentire la sua mano gelida scorrermi giù per la schiena. Il grande mietitore non aveva fretta. Sapeva che l' incidente sarebbe avvenuto. Ero destinato a perire sotto le ruote del camion impazzito! Una felice intuizione mi indusse a ricordargli il favore fattogli tanti anni prima. Allora mi ringraziò concedendomi una proroga di cui ignoro la durata. Sicuramente lo rivedrò, un giorno che mi auguro lontano, a meno che non mi dimentichi per sempre…Non so se la dama bianca che mi ha protetto sia un' entità contrapposta al mietitore d' anime, o una sua benefica trasformazione. Ho saputo che altri automobilisti hanno avuto il privilegio di trasportare questa autentica fata, radiosa e inebriante, e poterono così sfuggire a imprevedibili incidenti. Spero con tutto il cuore che la fata sia di essenza radicalmente diversa, nonostante la vaga somiglianza percepibile soltanto nello sguardo: infatti non mi piacerebbe essere stato, per un tratto di due o tre chilometri, innamorato della Morte!
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